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un libro di Jonathan Figoli 

edito da HOEPLI

Debito USA, dollaro debole e nuovi equilibri finanziari: cosa cambia per il mondo

23/02/2026 15:22

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Debito USA, dollaro debole e nuovi equilibri finanziari: cosa cambia per il mondo

40.000 miliardi di debito, 10.000 miliardi da rifinanziare e una duration corta: il privilegio americano è ancora intatto?

Il debito pubblico italiano continua a crescere lentamente, l’economia europea fatica ad accelerare e nel frattempo gli Stati Uniti sembrano aver cambiato completamente approccio nei confronti del mondo. In questo scenario sempre più instabile e frammentato, la vera domanda non è più soltanto economica, ma profondamente geopolitica: chi avrà la forza di guidare il sistema finanziario globale nei prossimi anni?

 

Nel corso dell’intervista con il professor Giampaolo Galli, economista e direttore scientifico dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, è emersa una lettura molto lucida del momento storico che stiamo attraversando. Una lettura che mette insieme debito pubblico, dazi, dollaro, mercati finanziari e nuovi equilibri di potere internazionali.

 

L’Italia cresce poco, ma non è più al centro della tempesta

Per molti anni il debito pubblico italiano è stato percepito come una delle principali fragilità dell’Europa. Oggi, invece, nonostante un rapporto debito/PIL ancora molto elevato, i mercati sembrano guardare all’Italia con una tensione decisamente inferiore rispetto al passato.

 

Secondo Giampaolo Galli questo rappresenta già di per sé un risultato estremamente positivo. Il governo è riuscito a mantenere una certa disciplina sui conti pubblici e questo ha contribuito a rassicurare investitori e istituzioni internazionali. Tuttavia il vero problema resta la crescita economica.

L’occupazione è aumentata e ha raggiunto livelli che non si vedevano da decenni, ma gran parte dei nuovi posti di lavoro si concentra in settori a bassa produttività. Questo significa che il PIL continua a crescere troppo lentamente e che il tenore di vita degli italiani migliora molto meno di quanto servirebbe.

 

Ed è proprio qui che emerge il rischio strutturale: senza crescita economica diventa sempre più difficile sostenere nel tempo una politica fiscale rigorosa. La tenuta dei conti pubblici, infatti, non può reggersi all’infinito soltanto sul controllo della spesa. Serve un’economia che torni a produrre sviluppo reale, investimenti e produttività.

 

Trump sta cambiando le regole della globalizzazione

Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista riguarda la lettura della nuova strategia americana.

Secondo Galli, Donald Trump sta facendo esattamente il contrario di ciò che molti si aspettavano. La narrativa iniziale dell’“America First” sembrava suggerire un ritorno all’isolazionismo. In realtà gli Stati Uniti stanno entrando sempre più attivamente negli equilibri geopolitici globali, ma lo stanno facendo con logiche completamente diverse rispetto al passato.

 

Non più regole multilaterali, diritto internazionale o globalizzazione cooperativa, ma una politica fatta di forza, trattative bilaterali, pressione economica e negoziazioni continue. Dazi, accordi commerciali, rapporti di forza geopolitici e leve finanziarie stanno diventando gli strumenti principali attraverso cui Washington cerca di mantenere la propria centralità.

 

Ed è proprio questo, secondo Galli, uno dei motivi per cui Wall Street continua a reggere nonostante le tensioni globali. I mercati finanziari stanno progressivamente tornando a percepire gli Stati Uniti come il centro della stabilità globale, anche in un contesto molto più aggressivo e conflittuale rispetto al passato.

Il paradosso è evidente: l’America aumenta il proprio debito, alza i dazi e destabilizza parte dell’ordine economico internazionale, ma allo stesso tempo continua a essere considerata il principale porto sicuro della finanza mondiale.

 

Il vero privilegio degli Stati Uniti si chiama dollaro

Uno dei temi centrali affrontati nell’intervista riguarda inevitabilmente il debito pubblico americano, ormai vicino ai 40.000 miliardi di dollari.

 

Una cifra enorme che in qualsiasi altro paese probabilmente avrebbe già generato una crisi sistemica. Eppure gli Stati Uniti continuano a finanziarsi senza particolari difficoltà. Perché?

La risposta sta nel cosiddetto “privilegio esorbitante” del dollaro, espressione utilizzata già negli anni Sessanta dall’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing. Gli Stati Uniti hanno infatti la possibilità unica di finanziare deficit pubblici e deficit commerciali emettendo la valuta che il mondo intero continua a utilizzare come riferimento finanziario globale.

 

Secondo Galli questo privilegio, almeno per ora, non sembra realmente in discussione. Anzi, dopo i timori emersi durante il cosiddetto “Liberation Day” e le prime tensioni sui Treasury americani, il mercato sembra aver nuovamente rafforzato la fiducia nei confronti degli asset statunitensi.

 

Questo non significa che il problema del debito non esista. Al contrario. Molti economisti americani iniziano a interrogarsi seriamente sulla sostenibilità di lungo periodo di un debito pubblico superiore al 120% del PIL. Ma finché il mondo continuerà a considerare il dollaro il principale bene rifugio globale, gli Stati Uniti manterranno una capacità di finanziamento che nessun altro paese possiede.

 

L’Europa rischia di restare senza una vera alternativa strategica

Se il dollaro continua a dominare il sistema finanziario globale, l’Europa resta ancora alla ricerca di una propria identità economica e politica.

Secondo Galli, il grande limite europeo è l’assenza di un vero mercato unico dei capitali. Senza un debito pubblico europeo condiviso e senza un sistema finanziario realmente integrato, l’euro difficilmente potrà diventare una vera alternativa internazionale al dollaro.

 

Il problema è soprattutto politico. I paesi del Nord Europa, e in particolare la Germania, continuano a temere il rischio di dover sostenere economicamente le economie più fragili dell’area euro. Questo frena ogni tentativo di costruire un mercato obbligazionario europeo comparabile a quello americano.

Nel frattempo però il mondo sta cambiando rapidamente. Gli Stati Uniti alzano barriere commerciali, la Cina rafforza la propria influenza globale e l’Europa rischia di trovarsi schiacciata tra due potenze sempre più aggressive.

 

Per questo motivo Bruxelles sta accelerando nuovi accordi commerciali con India, Mercosur e altri paesi emergenti. L’obiettivo è diversificare le relazioni economiche e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.

Ma la sensazione che emerge dall’analisi di Galli è molto chiara: l’Europa oggi si trova in una posizione più fragile di quanto spesso voglia ammettere. E senza una vera integrazione economica e finanziaria, sarà molto difficile competere in un mondo che sta tornando sempre più basato sui rapporti di forza.

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