Il debito pubblico americano continua a crescere e con lui cresce anche una domanda sempre più centrale per investitori, governi e mercati finanziari: chi sta realmente sostenendo il peso dei Treasury statunitensi? E soprattutto, cosa potrebbe accadere se i tassi di interesse restassero elevati ancora a lungo?
Nel nuovo approfondimento dedicato a La Geopolitica del Denaro, Antonio Carnevale ha analizzato uno dei temi più delicati dell’economia globale contemporanea: il rapporto tra Federal Reserve, debito pubblico americano, inflazione e sostenibilità finanziaria degli Stati Uniti.
L’analisi parte da un dato ormai impossibile da ignorare. In poco più di dieci anni il debito pubblico americano è passato da circa 20.000 miliardi di dollari a quasi 40.000 miliardi. Una crescita impressionante che però, secondo Carnevale, va letta con maggiore lucidità e meno superficialità rispetto alla narrativa spesso catastrofista che domina il dibattito pubblico.
Chi detiene davvero il debito pubblico americano
Uno degli aspetti più interessanti dell’analisi riguarda proprio la composizione dei detentori del debito americano.
Per anni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sulla Cina, descritta come il grande “creditore” degli Stati Uniti. In realtà oggi lo scenario è molto più frammentato. La Cina ha progressivamente ridotto la propria esposizione ai Treasury, scendendo dietro al Giappone e riducendo significativamente il peso relativo dei suoi acquisti.
Il Giappone rimane il principale detentore estero di titoli di Stato americani, ma anche in questo caso le cifre vanno contestualizzate. Gli investitori esteri nel complesso detengono circa un quarto dell’intero debito americano. Una quota importante, ma non dominante.
La parte più consistente del debito resta infatti interna agli Stati Uniti. Federal Reserve, fondi pensione, banche americane, fondi comuni di investimento e investitori retail rappresentano il vero pilastro della domanda di Treasury. Ed è proprio questo elemento che rende il sistema americano molto più resiliente di quanto spesso venga raccontato.
Secondo Carnevale, il tema centrale non è tanto “chi compra” il debito americano, ma a quali condizioni continuerà a farlo nei prossimi anni. La vera variabile sarà quindi il livello dei tassi reali, cioè il rendimento al netto dell’inflazione, e soprattutto la fiducia nella capacità degli Stati Uniti di mantenere credibilità economica e finanziaria nel lungo periodo.
Tassi al 5%: rischio o opportunità per gli investitori?
Negli ultimi mesi il rendimento dei Treasury americani è tornato su livelli che il mercato non vedeva da molti anni. Il decennale americano ha superato il 4,5%, mentre il trentennale si è avvicinato al 5%.
Per molti investitori questo rappresenta un cambio di paradigma storico.
Dopo oltre un decennio di tassi quasi azzerati, le obbligazioni governative americane tornano infatti a offrire rendimenti considerati nuovamente interessanti anche da investitori istituzionali e retail. Secondo Carnevale, questi livelli non rappresentano necessariamente un segnale di pericolo imminente, ma anzi potrebbero costituire una finestra di opportunità per aumentare gradualmente la componente obbligazionaria nei portafogli.
La chiave, però, resta sempre l’inflazione.
Se l’inflazione dovesse stabilizzarsi nel medio periodo tra il 2% e il 3%, allora i rendimenti attuali dei Treasury diventerebbero particolarmente interessanti in termini reali. Diverso sarebbe invece uno scenario di inflazione persistentemente elevata, che costringerebbe la Federal Reserve a mantenere tassi alti più a lungo, aumentando così le tensioni sia sui mercati obbligazionari sia sulla sostenibilità del debito.
In questo contesto Carnevale sottolinea anche un altro elemento spesso sottovalutato: storicamente i grandi shock geopolitici e le fasi di rallentamento economico hanno spesso riportato capitale verso il mercato obbligazionario americano, considerato ancora oggi uno degli asset rifugio principali del sistema finanziario globale.
Il ruolo del Giappone e il rischio nascosto dello yen
Un altro passaggio molto importante dell’analisi riguarda il Giappone e il cosiddetto carry trade.
Per anni gli operatori internazionali si sono finanziati in yen — approfittando dei tassi bassissimi giapponesi — per investire in asset americani a rendimento più elevato. Questo meccanismo ha contribuito sia al rafforzamento dei mercati finanziari statunitensi sia all’indebolimento dello yen.
Oggi però qualcosa sta cambiando.
Il ritorno dell’inflazione in Giappone sta infatti spingendo verso l’alto anche i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi. Un fenomeno che potrebbe progressivamente ridurre l’attrattività del carry trade e generare movimenti importanti sui mercati valutari.
Secondo Carnevale, il livello di attenzione sul rapporto dollaro-yen resta altissimo, soprattutto dopo che lo yen ha raggiunto negli ultimi mesi livelli considerati molto delicati per l’economia giapponese. La Bank of Japan continua infatti a monitorare attentamente il cambio per evitare una svalutazione eccessiva della valuta domestica.
Se nei prossimi anni dovesse verificarsi una vera fase di correzione dei mercati azionari globali, una delle conseguenze potrebbe essere proprio il rafforzamento dello yen e una riduzione dei flussi verso il debito americano legati al carry trade.
Non sarebbe uno shock sistemico immediato per gli Stati Uniti, ma rappresenterebbe comunque un ulteriore elemento di pressione in un sistema finanziario globale già estremamente fragile e fortemente indebitato.
La vera sfida della Fed sarà mantenere la fiducia
Al di là dei numeri, il tema centrale resta uno: la fiducia.
La Federal Reserve si trova oggi in una posizione estremamente delicata. Da una parte deve continuare a combattere l’inflazione, dall’altra deve evitare che tassi troppo elevati finiscano per rallentare eccessivamente l’economia o destabilizzare i mercati finanziari.
Nel frattempo il debito continua a crescere, i costi di rifinanziamento aumentano e il sistema globale entra in una fase sempre più frammentata, caratterizzata da tensioni geopolitiche, protezionismo e crescente competizione monetaria.
Eppure, nonostante tutto, il dollaro continua a rappresentare il principale pilastro finanziario mondiale.
È proprio questa la grande contraddizione del sistema attuale: gli Stati Uniti restano contemporaneamente il paese più indebitato del mondo e il principale punto di riferimento della finanza globale.
Una situazione che potrà reggere ancora a lungo soltanto finché il mercato continuerà a credere nella stabilità istituzionale americana, nella forza della Federal Reserve e nella capacità degli Stati Uniti di restare il centro della fiducia finanziaria internazionale.





